Perché l’Italia non si è qualificata per il Mondiale 2026?

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Perché l’Italia non si è qualificata per il Mondiale 2026?

Dopo la delusione per la mancata qualificazione ai Mondiali del 2018 e l’incomprensibile assenza da Qatar 2022, nonostante la vittoria a Euro 2020, l’Italia salta anche il Mondiale 2026. L’espansione del torneo a 48 squadre e l’aumento dei posti per l’Europa rendono questa ennesima esclusione inaccettabile per una nazione con quattro titoli mondiali, segnalando un problema calcistico serio.

Giocatori dell'Italia sconsolati durante la partita di qualificazione ai Mondiali 2026 contro la Bosnia ed Erzegovina.
ZENICA, BOSNIA ED ERZEGOVINA – 31 MARZO: Giocatori dell’Italia mostrano la loro desolazione durante la partita di spareggio delle qualificazioni europee ai Mondiali FIFA 2026 tra Bosnia ed Erzegovina e Italia allo Stadion Bilino Polje il 31 marzo 2026 a Zenica, Bosnia ed Erzegovina. (Foto di Getty Images/Getty Images)

L’ultimo colpo è arrivato a Zenica, dove l’Italia ha pareggiato 1-1 con la Bosnia ed Erzegovina nella finale degli spareggi, perdendo poi ai rigori per 4-1. Un gol di Moise Kean aveva illuso, ma l’espulsione di Alessandro Bastoni prima dell’intervallo ha cambiato il corso della partita. La Bosnia è rimasta in partita, Haris Tabakovic ha pareggiato nel finale e l’Italia ha ancora una volta perso l’occasione di qualificarsi.

La fase a gironi era già stata problematica. La sconfitta per 3-0 contro la Norvegia a Oslo nel giugno 2025 non è stata casuale. La Norvegia ha segnato con Alexander Sorloth, Antonio Nusa e Erling Haaland nel primo tempo, dimostrando velocità, grinta e concretezza, mentre l’Italia, nonostante il possesso palla, ha peccato nelle fasi cruciali.

Questo risultato è costato la panchina a Luciano Spalletti, spingendo la federazione verso Gennaro Gattuso.

È troppo facile attribuire l’insuccesso a un semplice «blackout». Sebbene ci siano stati momenti di pressione, il problema è più profondo e strutturale. La difesa, pur potendo contare su nomi come Donnarumma, Bastoni e Calafiori, non è apparsa solida come in passato. Il centrocampo, nonostante la qualità di Barella e Tonali, raramente ha dominato le partite. In attacco, l’Italia sembra ancora alla ricerca di una propria identità.

Kean, Retegui, Scamacca, Raspadori, Lucca e il giovane Pio Esposito offrono caratteristiche diverse, ma nessuno si è imposto come l’attaccante centrale affidabile e decisivo di cui la squadra aveva bisogno durante le qualificazioni. In partite equilibrate, la differenza la fa spesso un’occasione creata o concretizzata dall’attaccante.

L’Italia ha sempre avuto ottimi giocatori, ma negli ultimi anni è mancata la capacità di integrare elementi chiave nella nazionale in modo stabile.

La vittoria a Euro 2020, nel mezzo di questa crisi, appare ora più come un picco inatteso che come l’inizio di un nuovo ciclo. Sotto la guida di Roberto Mancini, l’Italia era apparsa coraggiosa, efficace e piena di vita, dominando il gioco e vincendo la finale a Wembley. In quel momento sembrava una rinascita, ma ora appare come un’eccezione che il sistema non è riuscito a replicare.

Da allora, la nazionale ha cambiato volti e allenatori (Mancini è stato sostituito da Spalletti e poi da Gattuso), con miglioramenti temporanei seguiti da crolli sotto pressione. Le dimissioni del presidente Gabriele Gravina dopo l’ennesimo fallimento sottolineano la gravità della situazione.

Sottotraccia, c’è anche un problema legato ai club. La Serie A rimane un campionato competitivo e i club italiani producono ancora un calcio tattico invidiabile. Tuttavia, il percorso dei giovani attaccanti italiani non è sempre stato agevole. Troppi prospetti trovano spazio con continuità solo tardi, cambiano spesso squadra o vengono relegati in panchina dietro giocatori più esperti o stranieri, rallentando il loro sviluppo.

Non si tratta di una semplice questione di «troppi stranieri». La vera domanda è perché i club italiani non si fidino abbastanza dei giovani talenti italiani, soprattutto in ruoli offensivi, e non concedano loro più opportunità in anticipo. Squadre come Spagna, Francia, Germania e Inghilterra sono riuscite a lanciare giovani giocatori in contesti di alto livello più precocemente. L’Italia, invece, discute di talento per anni prima di valorizzarlo pienamente.

Il Mondiale 2026 vedrà comunque la partecipazione di diversi giocatori provenienti dalla Serie A, militanti in nazionali come Argentina, Brasile, Francia, Stati Uniti e altre. L’Italia guarderà i propri campionati rappresentati, mentre la nazionale resterà a casa, un dettaglio particolarmente doloroso.

Per un Paese che ha dato al calcio leggende come Paolo Rossi, Roberto Baggio, Fabio Cannavaro, Andrea Pirlo e Gianluigi Buffon, e che vanta quattro titoli mondiali (seconda solo al Brasile), essere fuori dai Mondiali è quasi inconcepibile. Non dovrebbe essere una squadra discussa nelle analisi post-qualificazione ogni quattro anni.

La risposta a cosa sia andato storto non è un singolo episodio come un’espulsione, un allenatore, un rigore o una serata negativa in Bosnia. È una combinazione di tutti questi fattori, sommati a anni di scarsa pianificazione, incertezze offensive, leadership instabile e una cultura calcistica che fatica a passare dalla gloria alla ricostruzione.

L’Italia non ha bisogno di nuovi slogan sulla «ricostruzione». Ha bisogno di un percorso giovanile più chiaro, scelte più coraggiose per la nazionale, un’identità offensiva più definita e una federazione che smetta di considerare il fallimento come uno shock.

Gli Azzurri possono tornare. Le nazioni con una tale storia calcistica di solito ci riescono. Ma il 2030 non deve essere considerato solo un’altra opportunità da sperare. Deve essere la scadenza per affrontare e risolvere finalmente i problemi resi evidenti da tre Mondiali mancati.

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