Cinquant`anni ai vertici del calcio: ricordi di Herrera, Ancelotti e il potere terapeutico dello sport.
Giorgio Perinetti incarna la figura del dirigente sportivo d`altri tempi, con oltre mezzo secolo di esperienza in un mondo calcistico profondamente mutato. La sua vita, iniziata dopo il diploma al liceo classico condiviso con De Sica e Verdone, è stata un susseguirsi di sfide e trionfi. Ha affrontato momenti cruciali, come la difficile comunicazione a Maradona della sua squalifica per doping, e ha collaborato con presidenti di forte personalità, vivendo grandi gioie professionali. Tuttavia, la sfera privata è stata segnata da un dolore profondo: prima la perdita della moglie nel 2015, e poi, in maniera ancora più lacerante, quella della figlia Emanuela, strappata via dall`anoressia. Questa malattia insidiosa ha lasciato in Perinetti un senso di incompiutezza e un`inesauribile ricerca di risposte. La tragedia ha però trasformato il suo dolore in una missione: l`ex direttore sportivo di club come Roma, Napoli e Juventus si impegna ora per prevenire che altre famiglie debbano affrontare simili drammi.
Il suo libro, intitolato «Quello che non ho visto arrivare», narra la storia di sua figlia. Ha accettato subito di scriverlo?
«Inizialmente, ho avuto delle esitazioni, anche confrontandomi con l`altra mia figlia, Chiara. Ripercorrere quei momenti è stato estremamente doloroso, ma paradossalmente mi ha fornito un supporto. Il mio intento è accendere i riflettori sui disturbi alimentari: dopo la tragedia di mia figlia, il suo medico mi ha rivelato di aver condiviso la sua esperienza con un`altra paziente, la quale, in seguito, ha accettato il ricovero. Questo episodio è stato la mia motivazione principale.»
Emanuela era una giovane brillante, a cui non mancava nulla. Sopravvivere a un figlio è contro natura; perderla in questo modo è stato devastante.
Come affronta la vita oggi, dopo tali perdite?
«Non posso dire di essere stato fortunato: ho perso prima mia moglie e poi Emanuela, una ragazza intelligente che aveva tutto dalla vita. Sopravvivere a un figlio è un`esperienza contro natura, e perderla in quel modo è stato annientante. Devo ringraziare Chiara per la forza che mi ha trasmesso. Siamo rimasti solo noi due. Ogni nostro incontro inizia con lunghi silenzi, istanti in cui riviviamo profondamente il ricordo di coloro che abbiamo perduto.»
È riuscito a liberarsi dal senso di colpa?
«No, affatto. Un genitore si attribuisce mille colpe, si tormenta con infinite domande senza trovare risposte. Io ripenso continuamente ai momenti in cui mia figlia mi chiedeva di `inventare qualcosa insieme`. All`epoca, interpretavo quelle richieste come una sorta di sminuizione per lei, non certo per me. Invece, probabilmente, erano solo implorazioni d`aiuto. Non l`ho capita, non ho colto i segnali, e questo è il mio rammarico più grande. Emanuela mi chiamava ogni mattina, si preoccupava per me, mi teneva aggiornato su tutto.»
Emanuela ha sempre mostrato interesse per il calcio?
«Da bambina, insieme a sua madre, veniva a vedere le partite. Mi guardava in silenzio, con occhi supplicanti, e io le chiedevo se volesse tornare a Trigoria in pullman con me o a casa con la mamma. Puntualmente, si sistemava in braccio ad Aldair.»
C`è qualcosa che, in particolare, l`ha aiutata a non soccombere ai pensieri?
«Il calcio. Mi ha fornito un rifugio sia dopo la morte di mia moglie, quando, un mese più tardi, accettai l`incarico a Venezia, sia dopo la perdita di mia figlia, con le esperienze ad Avellino e all`Athletic Palermo. Quest`ultimo l`ho scelto per tornare alle origini: lavorare con giovani promettenti e offrire loro un sogno. È fondamentale mantenere la mente impegnata.»
Ho frequentato il liceo classico con Verdone e De Sica; con Carlo, ancora oggi, ci sentiamo quotidianamente.
Parlando della sua giovinezza, ha condiviso gli anni del liceo con due figure poi diventate celebri…
«Ho studiato al liceo classico Nazareno a Roma, e gli ultimi due anni li ho trascorsi in classe con Carlo Verdone e Christian De Sica. Con Carlo ho ancora un contatto quotidiano, mentre con Christian ci siamo un po` persi di vista. Loro provenivano dal quartiere Parioli, io no… Ma quanti scherzi abbiamo organizzato ai professori con Verdone!»
Come è iniziata la sua carriera nel mondo del calcio?
«La mia avventura è cominciata con la Roma. Avevo 22 anni ed ero dirigente del settore giovanile. Durante un`amichevole contro la Nazionale dilettanti a Ostia, nel giorno del mio compleanno, supplicai un superiore di permettermi di sedere accanto a Herrera. Il `Mago` mi chiamò: `Vamos, veloce, in panchina`. Un sogno che si avverava.»
E poi, il Napoli.
«Fu Ferlaino a incaricarmi di informare Maradona della sua squalifica per cocaina. Andai a casa sua, gli parlai, e Diego si portò una mano al fianco, pronunciando solo `Non è possibile…`, con un`espressione di dolore fisico che non potrò mai dimenticare.»

Quali ricordi ha del suo periodo alla Juventus?
«Le racconto un episodio. Ad Atene, durante una partita di Champions League tra Olympiacos e Juventus, eravamo in svantaggio e la qualificazione era a rischio. Ancelotti mi chiese di preparare la sostituzione di Conte con Fonseca. Io, però, combinai un pasticcio con la lavagnetta, perdendo tempo. L`allenatore si spazientì per il ritardo del cambio… e proprio in quel frangente Conte segnò! Mi voltai verso Ancelotti e gli dissi scherzando: `Ah Carlé, ti avevo detto di aspettare!`. Involontariamente, avevo avuto ragione.»
Fu lei a credere in Antonio Conte come allenatore e a lanciarlo?
«Lo ritenevo un predestinato. Alla Juventus, era il capitano di una squadra che vedeva a centrocampo giganti come Deschamps, Davids e Zidane. Eppure, Antonio riusciva a imporsi su questi campioni grazie al suo carattere e alla sua leadership. Per questo, ero convinto che sarebbe diventato un grande allenatore. Ma la mia più significativa scoperta come tecnico fu un`altra: dopo la finale di Champions League persa dalla Roma ai rigori nell`84, decisi di sostituire Liedholm con Sven-Göran Eriksson. Tutti lo ricordano per i suoi successi con la Lazio, ma fui io a portarlo in Italia.»
Quali sono state la sua maggiore soddisfazione e la sua più grande delusione?
«Entrambe sono legate ancora a Eriksson. La vittoria della Coppa Italia con lui alla guida della Roma rappresenta la mia gioia più profonda. La delusione, invece, fu aver perso uno scudetto con la Juventus a causa di una sconfitta casalinga contro il Lecce. Ero molto giovane all`epoca, avrei potuto vincere un campionato a soli 34 anni… Oggi, probabilmente, non avrei mai perso quella partita. Tuttavia, quella sconfitta mi ha insegnato più di qualsiasi vittoria.»
