Ghemon: L’Europeo, l’Italia tra rinnovamento e stand-up comedy di Melli

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Gianluca Picariello, noto come Ghemon, ha sempre dimostrato un`innata capacità di reinventarsi. Dalle origini come rapper, ha esplorato con successo il canto e il podcasting, fino ad affermarsi come comico con il suo show «Una cosetta così». Ironizza spesso sul palco: «Ho anticipato le mode in ogni campo». Dietro questa battuta si cela una profonda verità, riassunta nel titolo del suo recente libro edito da Rizzoli: «Nessuno è una cosa sola». In questo vortice di trasformazioni, una costante rimane salda nella sua vita: la passione per lo sport.

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Ghemon: «La mia musica? Un mix tra Heat e Spurs. Le scarpe firmate da Kobe e l`incontro a NY con Spike Lee»

Oggi sei anche uno stand-up comedian: lo sport c’era nel rap e oggi c’è nei tuoi monologhi.

«Lo sport è indubbiamente la mia più grande costante, l`attività che ho mantenuto con maggiore continuità per tutta la vita. Rimane sempre sullo sfondo di ogni mio impegno: lo pratico, mi aggiorno, ne sono profondamente appassionato. E, come in molti altri aspetti della mia esistenza, sono un curioso instancabile. Nello sport, mi muovo tra diverse discipline senza interruzione, sempre desideroso di informarmi e di diventare esperto.»

La tua trasformazione l’hai raccontata nel tuo libro «Nessuno è una cosa sola».

«Scrivere quel libro è stata una vera e propria terapia. Dopo aver calcato palcoscenici così importanti e aver vissuto esperienze significative come quelle a Sanremo – due edizioni in tre anni, in cui ho investito tantissimo tra Festival e dischi – ho sentito l`esigenza di esplorare altre sfaccettature della mia personalità. La comicità era già una componente forte della mia vita privata; sapevo di poterle dare una dimensione artistica, osservando il mondo da una prospettiva diversa. Se nelle mie canzoni prevaleva la malinconia, con la stand-up comedy potevo smettere di essere triste e imparare a riderci sopra. Certamente, dopo essersi svuotati su palcoscenici così imponenti, ho cercato e trovato un altro modo per esprimermi, ma era qualcosa che già faceva parte di me.»

La corsa per te è stata all’inizio pura necessità fisica, poi è diventata maratona. Com`è accaduto?

«È successo all`improvviso, semplicemente correndo. Una cosa ha tirato l`altra. Nella corsa, l`appetito viene mangiando: si sviluppa il desiderio di misurarsi con nuove distanze, nuove velocità. È un percorso che spinge in avanti, ma permette sempre di tornare indietro, come quando ho partecipato a una 10 km in provincia, ad Atripalda, vicino Avellino, qualche mese fa, o quando ho attraversato il mondo per affrontare le maratone di New York e Chicago. Non ricordo esattamente quanto tempo sia occorso per questa trasformazione: non moltissimo, ma è avvenuta in modo progressivo. L`entusiasmo dei primi miglioramenti, le sensazioni che si provano con se stessi, fanno scoprire il vero piacere della corsa e spingono a quel passo in più… o a quei ventimila passi in più.»

Ghemon in allenamento
Ghemon in allenamento

Nella corsa ti poni sempre dei veri e propri obiettivi. Una parola ricorrente nella tua vita…

«Sì, è proprio così. Gli obiettivi sono cruciali. Dalla corsa ho imparato che anche nel resto della vita è utile procedere per piccoli traguardi. Quando si è sopraffatti dall`ansia per il futuro e non si sa cosa fare, concentrarsi su un obiettivo a portata di mano permette di ragionare metro per metro. Questo mi ha insegnato la corsa: a rifocalizzarsi su ciò che si può controllare, e non su ciò che è al di fuori del proprio controllo. A livello sportivo, il mio obiettivo è completare un`ultramaratona. Ammetto che spesso mi propongono di cimentarmi nel triathlon, ma per ora non saprei da dove iniziare con le altre due discipline, anche perché nel nuoto sono davvero negato… E a me piace fare le cose per bene.»

Tu sei un grande appassionato di basket. Come vedi i nostri azzurri?

«Con i ritiri di Gigi Datome e Belinelli, la situazione è in piena fase di rinnovamento. Il Gallo, per fortuna, ha vissuto una stagione eccellente a Porto Rico; è sempre stato un campione, ma ora, con l`età e l`esperienza, ha una piena consapevolezza dei suoi mezzi. Melli si conferma uno dei giocatori più forti d`Europa, mentre Fontecchio è semplicemente eccezionale.»

A proposito di Belinelli, che effetto ti ha fatto il suo ritiro?

«Da tifoso, il suo ritiro è una tristezza, ma dall`altro lato l`ho ammirato dall`inizio della sua carriera in Italia fino alla fine: oggi è un uomo maturo, un padre, e ha vinto praticamente tutto. Mi dispiace solo che con la Nazionale non abbia raccolto quanto meritasse, ma non si può avere tutto. D`altra parte, come amico, forse riuscirò a recuperare un po` di tempo con lui… è giunto il momento di vederci.»

Marco Belinelli con Ghemon. Bozzani
Marco Belinelli con Ghemon

Se Ghemon fosse un giocatore di basket?

«Ci penso spesso. In NBA ogni anno viene assegnato il premio al Most Improved Player, il giocatore che ha mostrato il maggiore miglioramento. Ecco, se potessi essere un giocatore, vorrei essere sempre colui che si distingue per un miglioramento costante rispetto all`anno precedente. Chissà che un giorno non inventino un premio del genere anche in Italia, magari per meriti artistici…»

Sei cresciuto ad Avellino, dove sport e identità vanno insieme. Che cosa hai imparato da quella cultura sportiva?

«Per me, crescere in una città dove lo sport, tra basket e calcio, è così vibrante, è stato motivo di grande orgoglio. Ad Avellino, tutti tifano per Avellino, sia nel calcio che nel basket. Questo mi ha permesso di crescere in un ambiente dove lo sport è prioritario. Ho imparato tutto: il senso del gruppo, l`importanza dell`individualità, l`impegno, la fatica, il divertimento e il gioco. Vedere l`Avellino risalire in Serie B dopo sette anni e tante difficoltà è stato emozionante, così come lo è osservare le due squadre di basket della città – la storica Scandone e l`Avellino Basket – che stanno dimostrando il loro valore. La tradizione cestistica è per me fondamentale. Spero di rivederle entrambe in Serie A: abbiamo già pagato abbastanza in entrambi gli sport, ora tocca a noi risalire.»

Da rapper, il rapporto con il basket era legato all’immaginario americano. Ora che sei stand-up comedian, si può dire che il parallelo sia lo stesso?

«Ritengo che la stand-up e il rap siano due facce della stessa medaglia: una è espressa in musica e rima, l`altra no, ma entrambe narrano il presente con un ritmo incalzante. Entrambe hanno una forte matrice americana e sono linguaggi permeabili e molto ritmici, un po` come la pallacanestro stessa. È per questo che riesco a muovermi con naturalezza anche in questo nuovo ambiente, pur essendo un comico relativamente giovane, provando sensazioni simili a quelle di quando facevo solo rap.»

Ti possiamo considerare un po’ il nostro Adam Sandler?

«Adam Sandler vestito meglio (ride, ndr)… Diciamo che è difficile vestirsi peggio di lui. Ma magari essere come lui in tutto il resto, sia come giocatore di basket che come comico.»

In America Blake Griffin è salito sul palco per fare stand-up. Se un cestista italiano dovesse fare lo stesso, chi vedresti bene?

«Nel basket italiano, vedrei benissimo Gigi Datome e Nicolò Melli, in coppia. Nella stand-up non è una cosa comune, ma loro due insieme potrebbero creare uno show improvvisato eccezionale. Chi ha seguito i podcast della Nazionale di un paio d`anni fa sa che entrambi hanno la battuta pronta, sono simpatici e molto intelligenti. Melli, tra l`altro, l`ho visto più volte tra il pubblico in serate di stand-up. Loro due sarebbero sicuramente ottimi comici.»

Melli e Datome CIAMILLO
Nicolò Melli e Gigi Datome

Non è che, con questo mix di musica, corsa e stand-up, tu abbia sbagliato Stato…?

«Potrebbe anche darsi. Ma sono nato qui e mi adatto. Cerco di “dare fastidio” il più possibile per espandere la percezione di cosa significhi essere un intrattenitore: qualcuno capace di stare sul palco e far sentire bene la gente proponendo cose diverse. In questo gli americani sono maestri. Nello sport come nell`intrattenimento, il gesto tecnico procede sempre di pari passo con lo spettacolo, sia che tu sia un comico, un cantante o uno sportivo.»

La stand-up è un ring: lì non puoi nasconderti dietro una base musicale…

«La vedo più come il tennis: si lotta su ogni punto, che in questo caso sono le battute. Se la battuta colpisce, il pubblico esulta; se fallisce, si perde il punto. Ma non ci si può scoraggiare, bisogna passare subito alla successiva e continuare finché non si conquista il pubblico.»

Il dolore sportivo più grande?

«Sicuramente i fallimenti dell’Avellino calcio e della Scandone. Dopo la retrocessione in Serie C (2009), l`Avellino fallì e fu cancellato completamente. Poi, dopo alcuni anni, un altro fallimento. Sono eventi che fanno perdere un po` di passione: non l`attaccamento alla squadra, ma verso il sistema. Lo stesso è accaduto per il fallimento della Scandone.»

E la gioia?

«Tutte le vittorie all`ultimo minuto. Quando la Scandone salì dalla A2 alla A1, ero in trasferta a vedere la partita, vinta con un tiro da tre da centrocampo di Capone all`ultimo secondo. Lo stesso per la promozione in Serie B dell`Avellino, con un gol all`ultimo secondo contro il Foggia, segnato da Rivaldo (non quello famoso, ride, ndr). Purtroppo, mi sono toccati molti anni di Serie B e Serie C… Spero presto di poter dire che la mia gioia più grande sarà stata vedere l`Avellino in Serie A.»

Potendo scegliere tra: arrivare primo alla maratona di New York o riempire il Madison Square Garden?

«Mi dispiace per il mondo della corsa e per il significato che avrebbe essere ricordato per aver vinto una maratona, ma credo che riempire il Madison Square Garden sia un sogno riservato a pochi eletti. Sarebbe il traguardo più appagante. Dopo un`impresa del genere, si potrebbe anche ritirarsi in campagna a coltivare pomodori.»

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