Il figlio del leggendario «Professore» evoca la devozione paterna, scomparso vent`anni fa in diretta durante un dibattito con l`ex presidente del Genoa Preziosi: «Era un allenatore dalla dedizione assoluta. Aveva avuto occasioni con Juve e Napoli, ma Montezemolo e Moggi…»
Franco Scoglio ha profondamente plasmato il linguaggio del calcio, coniando un vocabolario tutto suo. «Io non faccio poesia, io verticalizzo», «Lei, là in fondo, la deve smettere. Sennò parlo ad minchiam«, «Io odio la Sampdoria e non perdo occasione per ribadirlo», «Che libidine quando perdo». Queste sono solo alcune delle sue massime, sempre schiette e in piena coerenza con la sua figura iconica. Ma l`ex tecnico del Genoa non fu soltanto una fucina di frasi celebri.
Oggi ricorre il ventesimo anniversario della sua dipartita, un evento che Scoglio, con una lucidità quasi sciamanica, aveva in qualche modo predetto sia nei tempi che nelle modalità. «Morirò parlando del Genoa», aveva sentenziato anni prima il Professore. E così, con una precisione impressionante, accadde: stroncato da un arresto cardiaco in diretta televisiva il 3 ottobre 2005, mentre discuteva animatamente, ma con rispetto, con l`allora presidente del Grifone, Enrico Preziosi. Un confronto acceso culminò con un cenno della mano di Scoglio, che reclinò la testa con un movimento innaturale, lasciando tutti in studio attoniti. E se ne andò. Se ne andò parlando del Genoa. Oggi lo commemora il figlio Tobias, tedesco d`adozione, il più appassionato al mondo del pallone tra i quattro figli del Professore.
Tobias, quante volte ha rivisto le immagini di quella fatidica sera?
«Un`infinità di volte, e all`inizio era terribilmente doloroso», racconta. «Per i primi due o tre anni mi sembrava di guardare un film dell`orrore, ma con il passare del tempo sono riuscito ad elaborarlo. Anche perché le immagini non sono nitidissime; si ha l`impressione che mio padre si stia semplicemente addormentando. Chiesi a un amico di rimuoverle dal web, ma mi spiegò che sarebbe stata una battaglia vana, poiché sarebbero state immediatamente ricaricate da altri.»
Suo padre ha viaggiato molto nella sua carriera da allenatore; che tipo di rapporto siete riusciti a costruire?
«Tra tutti i figli, sono sempre stato il più innamorato del calcio. Le mie due sorelle non seguono il pallone e mio fratello è appassionato di tennis, mentre io ero solito macinare 850 chilometri da Kaiserslautern, dove abitavo, per venire a Genova. Papà mi chiamava prima di firmare con il Genoa (tre i suoi periodi sulla panchina rossoblù, ndr) dicendomi `Tieniti forte che ti faccio una sorpresa…`. E la sorpresa più grande era immancabilmente la panchina del Grifone.»

Quando il legame tra Scoglio e il Genoa si interrompeva, il Professore ne soffriva immensamente…
«Si angosciava, si tormentava, si distruggeva letteralmente. Era un allenatore con una dedizione totale, diversa da tutti gli altri: non lavorava per denaro, ma per pura passione. Tanto che nel 2001 lasciò al club gran parte del suo stipendio. Per il Genoa. Con altre squadre, giustamente, si prendeva i suoi soldi.»
Una passione viscerale, quella per i rossoblù.
«Ricordo un episodio prima di un derby nell`aprile del 2001. Eravamo insieme in una stanza d`hotel la sera prima della partita. Mi svegliai alle 4 di notte per bere un po` d`acqua e trovai papà sul letto, circondato da una ventina di fogli e lavagnette, intento a studiare la formazione. Non mi badava nemmeno, si limitava a dire `Aspetta, zitto, zitto che non so se mettere Giacchetta o Malagò più avanzato. O forse Ruotolo…`. Franco Scoglio era così. Per questo ho deciso di chiamare mio figlio Francesco Scoglio jr.»
E infatti, pur di salvare il Genoa in Serie B, Scoglio rinunciò persino a un Mondiale da CT della Tunisia.
«Era gennaio; la nazionale tunisina era già qualificata e giocava un ottimo calcio. Il Grifone, invece, versava in una situazione disastrosa, penultimo in classifica. La squadra andò a Salerno con Onofri in panchina, ma la formazione la dettò papà a distanza. E pochi giorni dopo tornò a Genova. Il richiamo della città era più forte persino di un Mondiale. Nella sua mente, poi, si faceva grandi film: era convinto di salvare il Genoa e poi partire per Giappone e Corea, ma i dirigenti tunisini si sentirono offesi e non accettarono il doppio incarico. Però il Genoa lo salvò alla grandissima, vincendo anche un derby. Se avesse iniziato la stagione dall`inizio, sarebbe stato promosso in Serie A.»

La Juventus corteggiò Scoglio, ma poi l`accordo non si concretizzò. Per quale ragione?
«Non solo la Juve, ma anche il Napoli di Maradona. Tutti corteggiavano mio padre. Poi, però, Montezemolo subentrò a Boniperti e optò per Maifredi. Moggi, a Napoli, dopo alcune valutazioni scelse di confermare Bigon. In quella stessa stagione, tra l`altro, Spinelli propose a papà di restare, ma purtroppo lui rifiutò, e l`anno successivo il Genoa andò in Europa con Bagnoli. Fu l`errore più grande della sua carriera: pubblicamente non l`avrebbe mai ammesso, ma in privato sì.»
Tra le tante citazioni di suo padre divenute celebri, qual è la sua preferita?
«Senza dubbio `Io non faccio poesia, io verticalizzo`. Riflette il mio modo di pensare con mio figlio Francesco, che aspira a diventare calciatore. Cerco di dargli gli stessi consigli che immagino gli darebbe suo nonno, per lui una vera leggenda. Ma non è affatto male neppure quella sui 21 modi per battere un calcio d`angolo…»
Oggi il Genoa avrebbe bisogno di un Franco Scoglio in panchina?
«Sono convinto che mio padre farebbe meglio di Vieira. Era un uomo sicuro delle sue capacità. È vero che il Genoa ha ceduto giocatori senza rimpiazzarli, e questo rende il compito difficile per un allenatore; io stesso pensavo che sulla carta la squadra fosse più forte. Ma Scoglio salverebbe il Genoa con tranquillità.»
