L`ex centrocampista della Lazio: «Da bambino sognavo di fare l`orologiaio. A Roma ho sposato una ballerina del Bagaglino, senza un briciolo di gossip.»

Commentatore fisso per la Serie A su DAZN da sette anni, Dario Marcolin divide la sua vita tra panchina virtuale, campo da padel e studio televisivo. Ricorda la sua prima telecronaca per l`emittente: «Era il 3 agosto, una Supercoppa francese tra PSG e Montpellier, trasmessa dagli studi tedeschi.» A cinquantacinque anni, Marcolin ha vissuto molteplici esistenze, sia nel mondo del calcio che al di fuori. Lontano dalla panchina da nove anni (ma il futuro è sempre un`incognita), ha trovato la sua vocazione nel calcio televisivo, definendola «una dimensione fantastica». Osserva un cambiamento nel settore: «Quando mi sono ritirato io, diciotto anni fa, tutti gli ex calciatori aspiravano a diventare allenatori; oggi, la maggioranza preferisce lavorare in televisione.»
Come si spiega questa evoluzione? Forse c`è meno interesse per la formazione da allenatore?
«È un`alternativa più stabile e remunerativa. Prima, l`unico modo per rimanere nell`ambiente era intraprendere la carriera di allenatore.»
Quando ha capito di preferire fare domande anziché riceverle?
«Badate bene, mi piace porre domande, ma solo quelle tecniche. E gli allenatori lo apprezzano. Niente di scomodo da parte mia, quello è il mestiere dei giornalisti.»
Non avrebbe voluto fare il giornalista?
«No. Da bambino sognavo di fare l`orologiaio. Adoravo smontare e rimontare gli orologi. Il mondo dell`elettronica mi ha sempre affascinato.»
Quando ha realizzato che il calcio sarebbe diventato la sua vita?
«A diciotto anni, alla Cremonese. Con il passaggio dalla Primavera alla prima squadra, ho capito che stavo avendo la mia grande opportunità.»
A proposito della `Cremo`… Oggi lì giocherebbe con Jamie Vardy.
«Ma io avevo Gustavo Abel Dezotti, il Vardy di allora. Un personaggio di forte impatto.»

Ha incontrato personalità notevoli anche alla Lazio.
«Alla Lazio arrivammo io, Favalli e Bonomi. C`erano Signori, Winter, Fuser, Cravero; l`anno dopo giunsero Marchegiani e Casiraghi. Il primo anno c`era anche Gascoigne. Quello per me era `il mondo dei grandi`. Lì iniziarono le vere responsabilità.»
Come gestiva la vita fuori dal campo?
«Quello era un ambiente pieno di tentazioni. Roma è una città enorme, splendida; eri fuori tutte le sere, con mille opportunità. La cosa più difficile era dire di no e pensare esclusivamente al calcio. Si diventava una macchina. Sapevi che fino al giovedì potevi uscire, il sabato stavi con la famiglia e ti preparavi per la partita. Più si sale di livello, più questa mentalità diventa essenziale.»
Questa è la regola d`oro per evitare il gossip.
«Ho sposato una ballerina del Bagaglino. Sport e spettacolo a Roma, in quegli anni, andavano a braccetto, e si leggevano molte storie. Io, però, ho avuto la fortuna di costruire una famiglia normale.»

Le piaceva il ruolo di uomo-spogliatoio?
«Sì, caratterialmente ero propenso a quello. Sono stato capitano della Nazionale Under 21 campione d`Europa. Ho organizzato io la festa scudetto della Lazio. I compagni mi volevano bene, così come gli allenatori. Alla Lazio ho avuto Zoff, Zeman ed Eriksson.»
Che ricordi ha dello svedese (Eriksson)?
«Le partite a tennis con lui! A volte vincevo, a volte no. Era il classico `pallettaro`, uno scambio poteva durare quindici o venti colpi. Una persona perbene, aveva una soluzione per tutto e per tutti. Nello spogliatoio nessuno si lamentava mai di lui, nemmeno chi giocava meno. Aveva trenta calciatori in rosa? Riusciva a costruire trenta rapporti significativi. Un vero gentiluomo. Quella grande Lazio è merito suo e della sua tranquillità. In campo si affidava molto ai suoi giocatori: era il numero uno nella gestione dello spogliatoio.»

Ci racconti di Mihajlovic? Per lei è stato prima compagno di squadra e poi collaboratore in panchina.
«Sì, abbiamo giocato insieme all`Inter e poi sono stato il suo secondo a Catania e Firenze. Le nostre famiglie sono molto legate. Ho vissuto Sinisa in ogni sua sfaccettatura. Un padre straordinario, severo ma che si addolciva subito quando i figli lo guardavano con gli occhi dolci; un allenatore schietto. Pretendeva sempre qualcosa di nuovo, su questo mi `martellava` continuamente.»
Le è stato vicino anche durante la malattia?
«Quando fu ricoverato per la prima volta, ero lì a Bologna. Appena potemmo entrare, con sua moglie, ci disse che prendeva ventuno pasticche al giorno, ma ha sempre reagito. Ha subito il trapianto di midollo, è uscito e ha ripreso a fare tutto. È tornato persino a giocare a padel con me. Pretendeva sempre il massimo da se stesso. Otto giorni prima di morire, andò a correre con il figlio ed era lui che diceva al padre `dai, basta così`. Non voleva mollare. L`ultima volta che entrò in ospedale fu un sabato, e il martedì successivo i medici dissero che stava per morire. Ci ha lasciati il venerdì. È riuscito a regalarci qualche altro giorno.»
Lei nel 2020 ha perso suo padre in un modo straziante.
«Ricorda i carri armati con le bare che giravano per Bergamo? Era quel periodo del Covid. L`hanno ricoverato e non abbiamo saputo più nulla. Alla fine, un dottore del Brescia che conoscevo e che lavorava nelle ambulanze lì, mi disse che non c`era più niente da fare. Un fulmine a ciel sereno.»
Tra le sue molteplici vite c`è anche quella profondamente legata al padel.
«Ho scoperto un circuito che ha riunito tantissimi ex calciatori ed è diventato un vero business. Economicamente, sta offrendo una seconda vita a molti, c`è un grande ritorno. Ho iniziato nel 2015 e mai avrei immaginato una tale espansione. Per me è un gioco di strategia, molta questione di testa, quindi non può piacere solo agli sportivi. È uno sport da `matti`, questo sì, perché tutti ti dicono di essere forti. Ma ve lo dico, i piccoli acciacchi arrivano. E poi, non fa dimagrire.»
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